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RACCONTO DI MONTAGNA DI GIOVANNI SPITALE



Corde invisibili
di Giovanni Spitale

Corde invisibili è una storia vera che è al contempo una richiesta di aiuto, per cercare di aiutare Giovanni, un appassionato di montagna come tutti noi, alle prese con una scalata che non si dovrebbe mai compiere e che sta cercando di vincere con coraggio e determinazione…

L'arrampicata ha dei profondi connotati etici. Quando stai appeso a chissà quanti metri di altezza, ci sono solo due cose su cui puoi contare: la prima sei tu, la tua preparazione atletica, la tua conoscenza della tecnica di arrampicata, la resistenza del tuo fisico. La seconda, invece, è il tuo compagno di cordata. Una persona a cui consapevolmente affidi la tua vita, una persona che ti è legata, e non solo fisicamente. Una persona che, con la sua preparazione tecnica ed atletica controlla la corda che ti tiene appeso e ti salva la vita qualora tu non ce la facessi più.

Settembre 2009. Arrampico quattro volte alla settimana, non senza una certa soddisfazione, inizia anche a vedersi qualche risultato. Ottobre 2009. Faccio sempre più fatica, mi manca il fiato, basta un urto da niente e mi copro di lividi. Ma arrampico ancora. Novembre 2009. Mi viene diagnosticata l’anemia aplastica in forma idiopatica, una insufficienza funzionale grave del midollo osseo che provoca la scomparsa dei suoi elementi e di conseguenza la mancata produzione delle cellule del sangue. Ecco come mai i lividi, ecco come mai la fatica, ecco come mai tutto diventa più difficile.

Ecco come mai mi aspetto di avere una vita decisamente più breve di quello che dovrebbe essere. Diciamo, altri 10 anni, che sommati ai miei 22 fanno 32.

La terapia, accanto alle tradizionali cure di supporto (trasfusioni di globuli rossi e piastrine, profilassi antibiotica, farmaci immunosoppressori) ha individuato concrete possibilità di guarigione nel trapianto di midollo osseo.

Buffo, ho pensato. Come quando si arrampica. Quando non ce la fai più, la sola speranza che ti rimane è il tuo compagno di cordata. In senso metaforico, però. Il trapianto di midollo osseo è una pratica complessa, e per essere portato a termine richiede un donatore compatibile con il ricevente. Le possibilità sono piuttosto scarse, una a centomila, e io non sono mai stato molto fortunato, con le probabilità: la ricerca di un donatore compatibile, su scala mondiale, non ha ancora dato nessun risultato.

Sono sicuro che il mio compagno di cordata, la mia persona-medicina, da qualche parte esiste. Solo che magari non lo sa, non se ne rende conto. Magari sta lì, preso dalle sue mille cose, dalla sua vita, e non si accorge che la mia corda gli sta scivolando via, pian piano, inesorabilmente.

Ogni persona è potenzialmente il compagno di cordata di qualcuno, ogni persona, con un po' di attenzione, può prendere al volo una corda che scivola via, una corda con attaccata un'altra persona che sta inesorabilmente cadendo.

Ecco, questo è quello che considero più importante, la lezione di etica che mi ha dato la mia malattia, e che mi sta permettendo di dare ad altre persone. Poi, la storia è sempre più pelosa di quanto non sembri: il cibo, ad esempio. Sterile. Le visite, poche e per pochissimo tempo. Il divieto di usare mezzi pubblici, e di frequentare luoghi chiusi affollati. I farmaci, e i loro paccosissimi effetti collaterali (oggi ho un rene che rompe le palle, per esempio). Più di tutto, il divieto tassativo di andare in montagna.

Quando sono uscito dall'ospedale, camminavo a malapena. Dormivo sul divano, a piano terra, perché non riuscivo a fare le scale. Quando, uscito dall'ospedale di Vicenza, ho annusato l'aria per la prima volta dopo il lungo ricovero, mi si sono inumiditi gli occhi. Quando sono arrivato a casa, in macchina, mi sono messo a piangere. C'era neve in Grappa, e anche una spruzzata sulla parte di altopiano dei sette comuni che si vede dall'inizio della valbrenta. Guardavo le mie montagne, certo meno montagne di tante altre, ma di tante altre più mie, e piangevo.

Non è facile, avere dei progetti, e trovarsi a dover rivedere tutto da capo perché stai marcendo da dentro.

Sono sempre stato un testardo rompicoglioni. Credo che il mio medico mi detesti. Dopo un mese, già camminavo in giro per il paese. Due mesi per ripigliare la bicicletta. Tre mesi, e mi sono tolto lo sfizio di una ciaspolata. A pasqua, finalmente, ho rimesso le mani sulla roccia. Un diedro, alla falesia di Costa, sopra Valstagna. Non sono arrivato in cima, ma, beh, è stato qualcosa di esplosivo. Non ho dormito, quella notte.

Ci sono giorni che, per arrampicare, mi tocca bloccare le ginocchia con il nastro e farmi le iniezioni intramuscolari di toradol, e nonostante quello una volta sceso mi vien voglia di svenire per non sentire più i miei dolorini. Ma non importa.

Diciamo che ho dovuto fare dei conti piuttosto spiacevoli: riguardarmi, sperare e rischiare di arrivare in fondo ai miei dieci anni avendo rinunciato alla mia vita, oppure rischiare di più, sperare più forte, e godere di ognuno dei giorni che mi rimangono.

È bello, ma non è facile: nessuno di noi è un'isola, e ogni volta che vedo la faccia che fa mia madre, quando esco con le corde, la ferraglia e le altre trappole, o i miei amici, che quando ci troviamo per una birra (sempre e solo all'aperto) mi salutano sempre come se fosse l'ultima volta, o la mia donna, che ha deciso di rimanermi a fianco nonostante tutto, e che non piange quasi mai, mi chiedo quanto egoistico e quanto giusto sia quello che faccio. Ma la verità è che ne ho bisogno, è come l'aria, è la possibilità di urlare al mondo, e soprattutto a me stesso, che sono ancora qui, cattivo e incazzato come sempre. Che sono in piedi.

Non lo so se troverò il mio donatore, se qualcuno mi salverà la vita, se potrò, un giorno, avere dei figli, invecchiare, lamentarmi del lavoro.

So che intanto arrampico. Quanto posso, e anche di più.


Autore: Giovanni Spitale - Altri racconti dell'autore...

Data: 18/11/2010

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