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RACCONTO DI MONTAGNA DI STEFAN HOCK



L'inferno algido
di Stefan Hock




Quando una gita scialpinistica si trasforma in una gelida lotta per la sopravvivenza…

- Una vetta ambita ma ritrosa
- Verso la fine del mondo
- Naufragio nel ruscello
- Emergenza repentina
- Reclusione al buio in prigione all'aperto
- Da solo al mondo?
- La dolcissima tentazione
- L'ultimo tentativo
- Per un pelo
- I dieci minuti più lunghi della mia vita
- Tutto è perduto
- I soccorritori spietati

Una vetta ambita ma ritrosa

Il monte Falknis, da avamposto della catena del Raetikon, sporge ardito nel ginocchio della valle del fiume Reno nel cantone dei Grigioni in Svizzera ed è quindi un punto panoramico eccellente. Dalla sua vetta ho visto una volta sei Paesi: i vicini sono già quattro - la Germania, la Svizzera, l'Austria e il piccolo Liechtenstein in mezzo. Più in lontananza si vede l'Ortles in Italia e dritto attraverso il solco profondo del lago di Walenstadt i Vosgi in Francia. Non ci sono molti posti su questo pianeta dove puoi vedere sei stati sovrani. La salita richiede già in estate un escursionista grintoso e saldo, ma in inverno l'accesso diretto diventa del tutto contorto e va per lunghi chilometri lungo una valle piana totalmente deserta. Perciò ho sviluppato il progetto di evitare quella valle e salire d'inverno sul Falknis passando per l'antistante monte Vilan, molto frequentato dagli scialpinisti. Un'escursione di due giorni, con un bivacco in truna (una caverna scavata nella neve), sacco a pelo, fornello e tutto il confort. Per trovare compagni per questa impresa non banale la inserisco nel programma di attività del club alpino. Qualche settimana prima penso che non sarebbe male andare a verificare i possibili posti per la truna prima di andarci con un gruppo. Solo la traversata del Vilan, chiaro, senza il Falknis. Telefono il venerdì: non trovo nessuno che mi accompagna, allora vado da solo. Sul Vilan ce ne sono tanti ogni domenica! Già, però...

Verso la fine del mondo

Salgo sul Vilan nella nebbia fitta, a dispetto delle ottime previsioni. Diventa sempre più fitta, questo mi fa ben sperare: è tipico sotto il limite superiore della coltre nebbiosa invernale. E infatti - ad un tratto, a quota 1600, sono nel sole brillante. Pochi giorni fa ha nevicato molto, ma la neve è già assestata. Da dietro mi raggiunge un gruppo, li lascio passare e mi stupisco: accidenti, questi hanno dieci o vent'anni più di me e mi superano? A questo punto mi accorgo dei tre mesi di pausa forzata a causa di una lesione. Così arrivo in cima solo all'una e mezza, ma a parte centocinquanta metri di risalita mi rimane solo la discesa con gli sci, sotto un cielo azzurro con solo qualche nuvola sottile - e allora? Mi prendo tutto il tempo prima di cominciare la discesa per la falda settentrionale, direzione Falknis e poi giù. Qui non scende mai nessuno.
L'orientamento in questi pendii vergini costa tempo. La risalita si protrae a lungo: terreno pianeggiante, zolle di valanghe vecchie... Allora sono già le quattro e un quarto quando sono al passo del "Chamm" e guardo affascinato la valle deserta che sarà la mia ulteriore discesa. Qui non c'è nessuna traccia d'uomo, e c'è neve farinosa in abbondanza.
Avanzo molto prudentemente e trovo la malga di Fläsch - anzi ne trovo due piccoli triangoli dei frontoni che fanno capolino dalla neve. Qui il sentiero nella mappa scialpinistica prevede un'altra risalita di cento metri. Questa perdita di tempo, non la posso risparmiare? Non voglio finire al buio perché da scemo che sono ho dimenticato la pila. La mappa evidenzia anche sentieri estivi che scendono direttamente, e la pendenza è bassa, quindi dai, vai pure giù.

Naufragio nel ruscello

Purtroppo i sentieri estivi vanno per il bosco: un bosco rado, ma con questi massi di polvere lo slalom continuo tra gli alberi costa forza e soprattutto tempo, tempo, tempo. Arrivo a un ponte sopra un ruscello e mi stupisco che l'altezza della neve sia tre volte sopra il livello della ringhiera. Però, aspetta: la vallicina di questo ruscello, senza alberi, sarebbe una perfetta via veloce nella neve profonda, no? Sulla mappa vedo che non c'è niente di ripido e comunque debbo prendere un ponte più giù, su un torrente dove sbocca questo ruscello. Quindi, non posso mancare quel ponte!
In poco tempo raggiungo il torrente che risulta un po' grandino: magari largo tra un metro e due in estate. Il piccolo ruscello era totalmente sommerso nella neve, ma al torrente la coltre di neve è interrotta di qua e di là, nonostante sia tanto spessa, e c'è qualche bacino aperto. E purtroppo l'alveo fa un solco sempre più profondo. Qui a questo catino aperto la mia sponda è tanto più scoscesa dell'altra! Dovrei attraversare il torrente. Nessun problema: un po' avanti il torrente è coperto di neve come lo era il ruscello. La neve spessa che copre il torrente mi serve da ponte - e questo "ponte" crolla non appena l'ho cavalcato. Di colpo mi trovo supino nel torrente, con tutto ciò che sono e che ho.

Emergenza repentina

Lo choc del freddo non è del tutto grave: un tuffo nel lago di Costanza in maggio può essere più freddo. Ma chi mai fosse caduto sulle spalle su un terreno pianeggiante lo sa bene quanta fatica fa a rimettersi in piedi. L'istinto di autoconservazione mobilita tutte le forze per portare naso e bocca sopra il livello dell'acqua, ma lo zaino che pesa quintali con tanta acqua dentro trattiene il corpo nel torrente. Finalmente in piedi, devo proprio superarmi per immergermi ancora una volta e tirare fuori gli sci incastrati tra i sassi. Il bacino è appena tanto grande per inghiottire uomo e sci, e tanto profondo che supino ero completamente sott'acqua. Ancora una lotta disperata per salire la sponda senza appigli, solo neve, neve, neve, sempre con una gamba o l'altra nell'acqua. Non appena sono fuori, il primo sguardo va al cellulare: è intatto! Ma non prende. Sono quasi le sei e sta imbrunendo. Tutto sta gocciolando, a ogni passo i piedi sguazzano negli scarponi. E adesso?
Qualunque chance io abbia ancora, qui in questa gola non ce l'ho. Dopo questa perdita di tempo, certamente non ce la faccio ad arrivare alla macchina. Devo adattarmi a una notte fuori. Quindi devo raggiungere un terreno aperto e pianeggiante dove posso andare avanti ed indietro per tenermi caldo. Nell'ultima luce do un ultimo sguardo alla carta per leggere il nome della malga sotto cui mi trovo, e poi gambe in spalla, attacco le pelli di foca agli sci e mi metto a salire quei trenta, forse cinquanta metri di dislivello per uscire dalla vallata. Ma le pelli zuppe non aderiscono agli sci. Allora via gli sci dai piedi, vai, vai, vai, sali a piedi! Così, con gli sci in mano, la neve arriva fino al petto. Che c'entra? Sali!

Reclusione al buio in prigione all'aperto

Superato l'orlo della gola non ho neanche freddo. Dove sono? Qui sul pascolo dovrò stare in giro tutta la notte finché non potrò scendere alla macchina con la prima luce del giorno. Con meteo buono e attrezzatura normale un bivacco fuori programma è sgradevole ma non del tutto drammatico. È nient'altro che rimanere sul posto e aspettare l'alba. Ho già sopportato un bivacco del genere una volta. Ok, ero in una truna e non ero zuppo. Comunque, facciamo così. Bel piano. Tutto a posto.
Cieco, palpando, frugo nello zaino in cerca di tutti i vestiti che ho: li strizzo e li metto. Tutti tranne i mutandoni. Nel tentativo di aprire lo scarpone al buio faccio subito un nodo sul laccio. Che disastro sarebbe non riuscire più a calzare lo scarpone! Le condizioni meteo non sono neanche troppo brutte: pochi gradi sotto zero e un vento debole - che però con i vestiti bagnati fradici risulta veramente gelido. Quando il vento mi prende per i capelli mi ricordo che la giacca ha un cappuccio arrotolato nel collo. Giù lo zaino, tolgo la giacca, cerco con le dita la lampo - ecco fatto. Faccio fatica a rimettere la giacca rigida che intanto si è gelata.
Esploro la mia prigione all'aperto. Sono sotto un gradone di terreno alto cinque metri che mi dà un po' di protezione contro il vento. Da lì posso andare dieci o venti metri su un piccolo dorso sopra un cespuglio finchè non si abbassa il terreno. La luna non c'è, vedo le stelle, ma quaggiù non vedo niente. Ogni tanto sono sorpreso che il terreno va un po' su o giù - momenti critici perchè sto andando senza le pelli e posso scivolare sulla minima pendenza.

Da solo al mondo?

Vado, vado e vado... avanti ed indietro, avanti ed indietro... Quanti giri farò fino all'alba? Ad un tratto ho tutto il tempo del mondo. Mi spiace tanto per la mia povera moglie. Di certo, lei sarà estremamente preoccupata, e io non posso fare nulla. Provo e riprovo a vedere se il cellulare prende, senza esito. Dove mi cercherebbero? Ho parlato con tanti amici di questa escursione, ma non ho lasciato una nota a casa. Però, dalla cima del Vilan ho telefonato a mio figlio.
Luce! Luccica la tasca della giacca! Squilla il telefono! Disperatamente cerco con le mani ghiacciate di trovare e aprire la lampo - ma è già troppo tardi. Finalmente ho il cellulare in mano: "1 chiamata persa. 1 messaggio sulla segreteria." Ma non prende più. Tipico delle zone ai margini dell'area del servizio: a volte prende, a volte no. Bisogna provare e provare.

La dolcissima tentazione

L'andirivieni non mi riscalda tanto quanto avevano fatto l'uscita dall'alveo e la salita dalla valle grufolando nella neve. Al contrario, queste azioni mi hanno messo il serbatoio in posizione "riserva". Sto ansimando, di piú e più spesso devo riprendere fiato. Mi sporgo, mi appoggio sui bastoni. Un po' di riposo, solo un pochettino. Subito mi vengono immagini da sogno davanti agli occhi. Ma sei pazzo! Ognuno sa che adesso dormire è morire! Avanti, avanti. Giro su me stesso, semplicemente sul posto. Ma se la forza di volontà magari muove le gambe, il senso dell'equilibrio non ne vuole sapere di ubbidire. E ad un tratto mi trovo supino, neanche nella neve, ma sullo zaino.
Oh, rimanere sdraiato, solo un po'! Che dolce tentazione. Su, folle! In piedi, avanti! Alzarsi è un impegno interminabile. Devo togliere gli sci, ma come? Non ho la minima chance di aprire l'attacco col bastone, cosa che di giorno si fa in un secondo. Palpo l'attacco con la mano, trovo la forza di aprirlo? No, fallisco, riposo sdraiato. Ma le gambe dentro i pantaloni zuppi si congelano per la neve. Quindi riprovo, fallisco, riprovo - finchè non ritorno in piedi. Passa un'altra eternità per cavare la neve dalla parte ribaltabile dei guanti. Ma ce n'è ancora dentro? Le dita non sentono niente da tempo, le labbra sentono solo la stoffa, ma le dita non vanno dentro. Batto, picchio, il tempo ce l'ho, e le dita devono, devono andare dentro.
Ovviamente devo trovare il modo di non cadere più. Tolgo gli sci e vado a piedi. Però, mantenere l'equilibrio così in questa neve profondissima non è facile. E i piedi diventano gelidissimi, direttamente nella neve. Era molto meglio sugli sci. Li rimetto. Almeno provo. Solo cento tentativi e già trovo il punto dove l'attacco fa "click". L'azione di alzarmi mi ha proprio risvegliato. Ce la faccio! Cammino in cerchio, in forma di otto, in cerchio, qui c'è il dosso, qui c'è il cespuglio, qui c'è il gradone. Riprovo e riprovo il cellulare: niente. Uno dopo l'altro, riempio le tasche col cellulare, col GPS, con la scatoletta di oggetti per emergenze, così non devo sempre mettere giú lo zaino, frugarci dentro con le mani intorbidite e rimetterlo. Ho indossato un'armatura da cavaliere, ma di ghiaccio.
Ma rallento di nuovo. Prendo fiato. Sogno. Cado. Mi rialzo con tutte le forze. Una volta, due, tre volte? Quante volte? Mi spavento più e più volte mentre cammino dritto: c'è sempre il pericolo di trovare nel terreno una leggera salita o peggio una discesa, e, non vedendola, scivolare e cadere. Ed è solo freddo, freddo, freddo.


L'ultimo tentativo

Adesso serve mobilitare ogni scorta di energia, ogni riserva. Non sono più sicuro che ce la farò. Se andrà così - almeno ieri ho portato un mazzettino di fiori a mia moglie per San Valentino.
Per paura di andar dritto penso di salire il gradone nel terreno sopra di me, spostando gli sci lateralmente. Forse così sarà più facile tenermi in equilibrio. Prima tappa intanto fino all' albero che sta sopra. Può essere che il vento sia più forte lassù. Però più su ancora, ricordo di aver visto una rimessa o una stalla. Magari la trovo, magari mi serve come riparo dal vento, magari è addirittura aperta? Magari prende il cellulare più su?
Sono piccolissimi i passettini che faccio verso quell'albero. Ed è tanto impegnativo. Ma la notte è tanto lunga, e c'è tanto tempo. Solo quando avrò raggiunto l'albero - l'ho promesso a me stesso - mi fermerò e controllerò il cellulare.

Per un pelo

E il cellulare prende!
"112 - Centrale Emergenze e Soccorso, parla Bùhler"
"Parla Stefan Hock, sono illeso ma in ipotermia"
"Sì, la stiamo cercando, dov'è?"
Naturalmente ho dimenticato il nome di questa benedetta malga. Ma posso determinare la mia posizione tramite GPS.
"La richiamo e le do i dati. Sono strafelice di averla raggiunta!"
"Sì, ci dia la posizione e noi andremo subito a avvertire sua moglie."
"Avrei bisogno di una giacca asciutta e un tè caldo, qualcuno potrebbe portarmelo?"
"Ma cosa pensa lei, la recuperiamo con l`'elicottero!"

Ed io che pensavo che mi venissero a raggiungere con gli sci! È l'una e diciotto minuti. Il mio sollievo è indescrivibile. La posizione è subito determinata, ma la luce del GPS si spegne sempre, come faccio così a memorizzare due numeri a sei cifre secondo il sistema svizzero? Non importa, non prende più.

Però sqilla il telefono.
"CES, Bùhler. Mi può dare le coordinate?"
Il buon Signor Bùhler, lo stesso con cui ha parlato mia moglie, sta seduto in un ufficio riscaldato ma è un salvatore anche lui, fa le domande giuste per l'ennesima volta in modo avveduto e professionale, mi rallegra, mi ammonisce di rimanere in movimento, soprattutto tiene sempre al corrente mia moglie, fa molto di più del suo dovere di pubblico impiegato.

I dieci minuti più lunghi della mia vita

Di colpo, tutta la paura e la preoccupazione si sono dileguate. Mi ricordo di un incidente l'inverno scorso quando una persona del gruppo si era rotta la caviglia: l'elicottero era arrivato in una decina di minuti.
Ma ora non arriva nessun elicottero da nessuna parte.
Ho perso tanto calore rimanendo fermo e maneggiando i dispositivi. È un'impresa mastodontica tirare fuori il GPS dalla tasca, rigida come acciaio e schiacciare i bottoncini con queste dita. Qui il terreno non è pianeggiante. Riesco appena ad alzare un piede poi l'altro a turno, ma non in modo vigoroso e determinato. E sto solo tremando, pietosamente. Venite, venite, prego, prego, vi supplico! Ad un tratto, col "La recuperiamo" è crollata ogni mia energia e determinazione. Non ne posso più, e perché dovrei anche tenere duro, adesso che stanno arrivando?
Ma non stanno arrivando.
Anni dopo vedo una luce in alto, distante quattro, cinque chilometri, ma fanno un giro e spariscono. Mannaggia, cos'è? Sto tremando. Ancora una luce tra gli alberi, vale fare qualche passo per vedere meglio, ma è solo una stella. E va così cento volte.
Poi l'elicottero arriva dall'altra parte, dalla valle, con fari potentissimi, mi passa, gira lontano, torna, illumina i miei dintorni, ma poi... vira via.

Tutto è perduto

Ritornato l'elicottero, chiamo: "son qua!", come se questo avesse un qualsiasi senso nel baccano dei rotori. Non riesco più a far cenno sventolando i bastoni. Da anni porto su e giù per i monti dei razzi di segnalazione. Adesso è venuta l'ora - sarebbe venuta, perché manovrare quest'aggeggio senza luce e con queste dita è impensabile. Di nuovo e di nuovo penso: ma loro devono vedermi! E la luce chiara dei fari è tanto bella sul paesaggio invernale romantico! Ma virano sempre. Più tardi saprò che sono volati a cercharmi un'intera ora. La disperazione è più profonda ogni volta che virano. E non ce la faccio più a andare avanti ed indietro. Ogni cellula cerebrale pensa solo: eli, eli. Ma adesso sono proprio spariti. Sono volati via. È terminato. È tranquillo. E buio. E freddo. Sono sfinito.
Ad un tratto sento da lontano una voce d'uomo chiamare qualcosa, da terra. Urlo a più non posso:
"Aiuto! Aiuto!"
Non so cosa stia gridando lui, ma non smette di chiamare. Quest'uomo è il mio uomo! Lui deve sentirmi! E io urlo, urlo! E finalmente lui urla la prima cosa che capisco:
"Ich g'siech dich! - ti vedo!",
in dialetto svizzero.

Questo era la formula magica. L'uomo mi raggiunge in un attimo e subito l'elicottero atterra vicino. Mi pigliano braccia forti, mi tolgono gli sci, mi portano verso la cabina. Sono dentro, non so come, e andiamo. Non mi ricordo di nessuna parola dei soccorritori tranne quel redentore: "Ich g'siech dich!" Ma quello seduto di fronte a me apre la mia giacca rigida come i battenti di una porta e mi mette un cuscinetto riscaldante sul petto.
E mi si riscalda il cuore.

I soccorritori spietati

Mi sorbisco le attività frenetiche al pronto soccorso di Coira. Mi spogliano e mi mettono sotto una specie di materassino gonfiato da un ascuigacappelli - ok, è caldo questo fon, ma io sono nudo e tremo più che mai! Purtroppo il riscaldamento dall'ipotermia va fatto molto molto lentamente. Chi non sa niente di medicina, ma solo trema miserevolmente, preferirebbe un bagno caldo in vasca e un tè.
"Posso avere un tè?"
"Certo, dopo."

Cavi, tubi, tanta roba e gente attorno. Devo raccontare tutto e posso telefonare a mia moglie. Non sono più stanco, non dormo neanche, ricoverato nel reparto cure intensive. La mia testa è stracolma delle esperienze della notte. Ci penso e ci ripenso. Quanto lunga è stata ancora questa notte dopo le tre, quando mi hanno portato qui! Come avrei potuto tener duro ancora fuori? Per quanto tempo? E tremo, ho sempre freddo. Almeno ho una camicia e una coltre, ma niente tè.
Alla visita mattutina sono riscaldato dai 31 gradi ai 36, e dopo meno di dodici ore in clinica posso abbracciare moglie e figlio e tornare a casa. È incredibile quanto presto si dileguano tutti i pericoli fatali. Quel che rimane sono venti polpastrelli assiderati, la gola ruvida e qualche valore degli esami che non piace al medico. Quando ho a che fare con bottoni del colletto, con chiusure lampo o con la tastiera del computer, i polpastrelli, intorpiditi e duri come ditali, ritengono viva la memoria.
Come se ce ne fosse bisogno.


Autore: Stefan Hock - Altri racconti dell'autore...

Data: 09/03/2018

 -



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