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RACCONTO DI MONTAGNA DI FRANCESCO CAPPELLARI



Dino Crodino sull'Antelao
di Francesco Cappellari

Bolli rossi di bomboletta spry lungo la via normale dell'Antelao, stupidamente anche sulla neve…
Bolli rossi di bomboletta spry lungo la via normale dell'Antelao, stupidamente anche sulla neve…

Antelao - 3264 m
Regione: Veneto
Punto di partenza: S. Vito di Cadore (q. 1275 m)
Versante di salita: N
Dislivello di salita: 2000 m
Dislivello totale: 4000 m
Tempo di salita: 5 h
Tempo totale: 8,4 h
Difficoltà: EE - I+ - PD- (scala difficoltà)
Punti di appoggio: Rif. Galassi (q. 2018 m)
Tipo di salita: Traccia con ometti
Attrezzatura:

Scandalosa, irriverente ed inetta segnatura della via normale al Re delleDolomiti, l'Antelao, da parte di un improbabile sedicente escursionista irrispettoso delle montagne. Ma l'Antelao gli ha dato una lezione e per l'incompetente escursionista non è finita molto bene…

Il titolo dice tutto e niente. Come si può abbinare il nome di uno spot pubblicitario alla grande montagna cadorina?
Quest´anno mi sono preso l´onere, e l´onore, di verificare le condizioni del Bivacco Cosi all´Antelao, la storica, piccola costruzione del CAI Padova situata poco sotto la cima del Re del Cadore. Alcune persone passate di lì hanno denunciato una situazione un po´ precaria della costruzione tanto che la sezione l´ha resa inagibile.
Arrivare in quel luogo per me è sempre un´autentica emozione. Ho accettato l´incarico per puri motivi d´affetto. Diversi decenni fa mio padre, che non c´è più da venticinque anni, era l´ispettore del bivacco. Con lui salii a metà degli anni ´70 verso la cima ma una placca di ghiaccio e la mia inesperienza ci fece tornare da poco sotto la vetta. L´Antelao in effetti è una montagna magnifica nella sua crudezza, imponente e severa.
A casa conservo ancora lo storico libro del bivacco. Esso contiene firme illustri degli anni ´60 ma soprattutto mostra due pagine drammatiche di storia della montagna. Nel 1960 sei ragazzi molto giovani, alcuni con pochissima esperienza alpinistica, partirono da San Vito. Passarono per il bivacco dopo aver incontrato lungo le "laste" la famosa guida Natalino Menegus. Vista la loro attrezzatura questi sconsigliò loro di spingersi fino alla vetta ma di fermarsi semplicemente al bivacco. Lasciarono uno scritto proprio sul libro con l´intenzione di proseguire verso la vetta.
La raggiunsero, sicuramente stanchi ma felici. Durante la discesa però la scivolata di uno trascinò l´intera e unica cordata lungo quel vertiginoso canalone salito da Otto Oppel trant´anni prima. Li trovarono il giorno dopo 600 metri più in basso, ancora tutti legati tra loro.
Mio padre, mentre ero ragazzo, mi raccontava di questa tragedia e ho sempre conservato, come lui, il ricordo dei sei ragazzi morti per un ideale romantico tra le due pagine cellofanate del libro del bivacco.

Sono salito il 12 agosto, appena andata via l´ultima e tardiva neve, con Roberto. Non ci spingemmo fino alla cima ma ci fermammo al bivacco per verificarne le condizioni. Lungo il cammino, alla Forcella Piccola, incontrammo Alberto Bonafede detto Magico, guida alpina. Con lui e tre suoi clienti salimmo per il ghiaione, le cenge e le laste fino al bivacco. Insieme ne verificammo gli interventi da effettuare. Mi disse che gli alpinisti di San Vito sarebbero stati ben disposti ad aiutarci per il restauro. Ci salutammo perché con i clienti, dopo poco, proseguì per la vetta mentre Roberto ed io, una volta fatte le fotografie del ricovero e dei suoi ancoraggi, tornammo verso valle. Dopo meno di quindici giorni Magico crollò assieme alla gigantesca frana del Pelmo, durante uno dei soccorsi dolomitici più drammatici.

Ma veniamo al 30 settembre. Decido di tornare al bivacco, questa volta con Carlo, un amico e forte alpinista di Firenze. Carlo, rispetto a me e Roberto, fa il fabbro. Sta restaurando per il CAAI il Bivacco della Fourche in Monte Bianco. Chi conosce ed è stato alla Fourche può capire anche le qualità lavorative di Carlo: una costruzione debordante da una paurosa cresta. Anche questo bivacco mi evoca ricordi drammatici. Nell´86 partimmo da lì in cinque per salire il versante della Brenva al Monte Bianco. Tornammo solamente in tre.
Torniamo all´Antelao, è bene non far correre troppo i ricordi crudeli. Partiti dal Rifugio Scotter e arrivati alla base delle rocce, dopo un paio di ore di camminata, raggiungiamo un signore, un po´ anzianotto, che avevamo scorto da giù mentre faticava su per il ghiaione. Porta con sé un misero zainetto, una felpa grigia e una bomboletta di vernice rossa. Già ha cominciato a segnare la via sui vecchi e sbiaditi segni. Gli chiediamo se avesse il compito di ridare visibilità alla traccia ma, enigmaticamente, ci risponde che si sta segnando la via del ritorno. Lì per lì non facciamo caso al discorso, la troviamo, per così dire, una battuta. Ci chiede se andiamo in cima e se per noi ce la farà anche lui. Vorrei mi descrivesse il suo curriculum ma sinceramente non abbiamo poi così tanto tempo (probabilmente ne bastava molto poco). Mi limito a chiedergli se ha i ramponi. Dopo la sua risposta positiva lo salutiamo e proseguiamo spediti come prima. Raggiungiamo la "Bala" che l´uomo non si vede più.
Saliamo per le "laste" chiecchierando animosamente come facciamo fin dall´inizio. Carlo ed io ci vediamo saltuariamente, alle riunioni e ai corsi della Scuola Centrale di Alpinismo o ai convegni dell´Accademico ma siamo amici esattamente da 10 anni, quando facevamo coppia fissa nella spedizione/corso organizzata da Mountain Wilderness in Pakistan. Con Carlo ci si diverte sempre. È il tipico toscanaccio burlone e caciarone. Non c´è modo, con lui, di non ridere e sdrammatizzare ogni cosa. Nel 2001 insieme salimmo due cime inviolate, una delle quali per una parete di ghiaccio esemplare.
Arriviamo al bivacco senza accorgercene anche se son passate ben quattro ore. Dopo un breve spuntino iniziamo a valutare le condizioni, a far fotografie e ad applicare una finestrella provvisoria al posto di quella rotta che è stata complice in questi ultimi anni dell´umidità insediatasi all´ingresso del ricovero. Carlo prende le misure per un´eventuale sostituzione del pavimento, poi valutiamo la pericolosità di un masso pericolante dietro la costruzione.
Finito il lavoro mi affaccio in cresta e scorgo, a circa cinquanta metri dal bivacco, il signore incontrato all´attacco. Sta salendo lungo le "laste" innevate e sta per raggiungere il bivacco. Lo saluto e mi risponde rinfrancato dalla nostra presenza. Arriva al bivacco felice ma un po´ scosso. Gli guardo le scarpe e non scorgo i ramponi. Mi risponde che li ha, "sono qui sul tacco, tendono anche sempre a togliersi…". "Sono i ramponcini utili per camminare in città quando c´è un velo di ghiaccio!", gli dico. "Come mai non li ha come i nostri?" Mi risponde che li ha comprati il giorno prima e ha preso questi perché costavano meno. "La vita non vale 50 euro!" è la risposta che mi viene da dargli. "Ora lei se ne torna giù. Con quell´attrezzatura non può arrivare in cima all´Antelao oggi!".
Un po´ deluso, mentre noi proseguiamo per la vetta, s´incammina verso valle meravigliandosi che avessimo perfino la piccozza. Mentre saliamo lungo le creste e i caminetti ogni tanto lanciamo uno sguardo preoccupato verso il basso. Lo scorgiamo scendere, è già sotto il limite della neve e ci consoliamo. Arriaviamo in cima, è una giornata radiosa, senza vento, magnifica. In breve siamo di nuovo al bivacco dove prendiamo le cose di lavoro e ci incamminiamo verso valle. Fin dai primi metri ci viene in mente la battuta iniziale di quel signore tanto strano, quanto sprovveduto: "mi segno la discesa". Una bordata di bolli rossi, sulle rocce, sulla neve, sugli ometti costruiti per trovare la strada senza indugi. Ogni due o tre metri un cerchio, una striscia o una freccia a indicare una via già abbondantemente segnata in modo naturale dalla traccia sulla neve. Mentre Carlo sghignazza amaramente sulla demenza dell´uomo mi assale una rabbia incontrollabile. Vorrei correre per raggiungere quel pazzo, sequestrargli la bomboletta e farlo tornar su a ripulire l´Antelao. Non si può sbagliare sulle "laste". Sono larghe una quarantina di metri, sia a destra che a sinistra si spalancano abissi di più di 1000 metri. Non è ammissibile un tale scempio.
Scendo sempre più incavolato e amareggiato per non aver saputo interpretare le parole di quel matto che ora ci precede nella discesa di circa un´ora.
Alla fine della parte alta delle "laste" c´è da scendere un liscio caminetto. Tre bei bolli rossi dipinti su altrettanti ometti ora indicano l´imbuto. Scendiamo continuando a commentare e una lebile voce si fa viva sotto di noi "Aiuto!". "Ecco, ci siamo" dice Carlo cinicamente. "Che t´avevo detto? Uno così non era detto che sarebbe arrivato fino in fondo". "Stai fermo lì, ora arriviamo, non muoverti!". Arriviamo alla forcella dove sbocca la variante Lindemann e lo scorgiamo giù nel friabile canale per una quarantina di metri. Gli chiedo perché fosse sceso di lì anziché continuare per le "laste" che aveva così decorosamente segnato. "Non sono sceso, sono caduto". Ha fatto quei quaranta metri con salti, ghiaccio e roccia ed è ancora vivo!
Ci mettiamo l´imbragatura, svolgiamo la corda e Carlo mi cala fino a pochi metri da lui, la corda non arriva per poco. Ha la faccia tumefatta e dice di avere le costole e un piede rotti. Carlo chiama il Soccorso mentre io lo tengo sveglio e vigile parlandogli e inventandogli la mia vita. Gli passo il maglione visto che ha solo una felpa e si trova in questo canale da circa un´ora. Dopo non più di dieci minuti l´elicottero è già sopra di noi a sventolarci (non ho più il pile) e dopo circa un´ora e mezza di complicate operazioni Dino, questo il nome che mi ha rivelato, è in volo dentro una barella e con un tecnico a fianco.
Senza di noi non ne sarebbe uscito vivo. Non c´è nessuno sull´Antelao in un venerdì di fine settembre! Solo noi, saliti per vedere i lavori da fare al Bivacco Cosi.
Scendiamo lungo le "laste" con le mille considerazioni dettate dall´accaduto e dai bolli rossi che persistono. Ma le sorpese del giorno non sono ancora finite. Sulle cenge, oramai fuori dalle difficoltà, il segno del passaggio di quell´uomo si fa più presente, più drammaticamente vivace. Nella parete dell´Antelao, quella che guarda la Forcella Piccola, quella che ha visto migliaia di alpinisti godere delle sue rocce ora c´è una scritta rosso sangue: "DINO CRODINO".


Note:
NdR: in base a quanto riportato dall'autorevole autore del racconto (Accademico del CAI e Istruttore Nazionale di Alpinismo del CAI) la via normale all'Antelao, dalla data 30 settembre 2011, risulta segnata con bolli e strisce rosse dalla base fino al Biv. Cosi. Ci si augura che l'irrispettoso escursionista che ha usato la montagna a suo uso e consumo, imbrattandola inutilmente per ritrovare l'ovvia via di ritorno, venga obbligato dalle autorità competenti a porre rimedio al danno apportato.

Autore: Francesco Cappellari - Altri racconti dell'autore...

Data: 30/09/2011

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